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Diecimila passi: da dove arriva davvero quel numero

Redazione Passo Leggero · 17 agosto 2026 · 6 minuti di lettura

È l’obiettivo predefinito di quasi tutti i contapassi al polso, e viene percepito come una soglia scientifica. Non lo è. La sua origine è commerciale, e conoscerla aiuta a non trattarlo come una promozione o una bocciatura quotidiana.

Un nome, non uno studio

Il numero compare in Giappone nel 1965, con la commercializzazione di un contapassi chiamato manpo-kei, che si traduce letteralmente come «misuratore di diecimila passi». La cifra funzionava bene come nome di prodotto: tonda, memorabile, e scritta con un ideogramma che ricorda una figura in cammino. Non nasceva da una sperimentazione clinica, e nessuno, all’epoca, sostenne il contrario.

Da lì il numero è entrato nelle campagne di promozione della salute, poi nei primi bracciali elettronici, e infine nel valore predefinito degli smartphone. A ogni passaggio ha guadagnato autorevolezza senza guadagnare prove.

Che cosa dicono invece le linee guida

Le raccomandazioni internazionali non sono formulate in passi, ma in minuti e in intensità. L’Organizzazione mondiale della sanità, nella revisione del 2020, indica per gli adulti da 150 a 300 minuti settimanali di attività aerobica di intensità moderata, oppure 75–150 minuti di intensità vigorosa, o una combinazione equivalente; più attività di rinforzo muscolare per i grandi gruppi in almeno due giorni a settimana.

Due dettagli di quella revisione sono passati sotto silenzio e contano parecchio. Il primo: è caduto il requisito che l’attività aerobica dovesse svolgersi in blocchi di almeno dieci minuti. Anche le durate brevi contano. Il secondo: il testo è esplicito sul fatto che un po’ di attività è meglio di nessuna, e che i benefici crescono nella fascia indicata per poi appiattirsi progressivamente oltre i 300 minuti.

Tradotto in passi, e con tutte le cautele del caso, 150 minuti settimanali di cammino a passo sostenuto corrispondono per molte persone a un ordine di grandezza intorno ai settemila–ottomila passi al giorno considerando anche gli spostamenti ordinari. Che è un altro modo per dire che il traguardo dei diecimila non è sbagliato: è arbitrario.

Perché l’arbitrarietà è un problema pratico

Un obiettivo tondo e alto ha un difetto operativo: divide le giornate in riuscite e fallite. Chi chiude a novemila passi non ha fatto meno movimento di chi ne fa diecimila un giorno su tre, eppure il primo riceve una notifica di fallimento e il secondo tre coriandoli digitali. Sul medio periodo è il tipo di segnale che porta ad abbandonare, non a insistere.

Un modo più utile di usare il contapassi è guardarlo come termometro, non come esame. Due indicazioni pratiche:

Un’ultima annotazione sull’affidabilità del dato

I contapassi da polso stimano, non contano. Sovrastimano tipicamente i gesti ripetitivi delle mani — lavare i piatti, applaudire, guidare su strada dissestata — e sottostimano il cammino a spinta di un carrello o con le mani in tasca. Per gli scopi di cui parliamo l’imprecisione è irrilevante, purché il confronto sia sempre fra giorni misurati con lo stesso dispositivo.

Fonti

  1. World Health Organization 2020 guidelines on physical activity and sedentary behaviour — Bull et al., British Journal of Sports Medicine, 2020.
  2. WHO Guidelines on Physical Activity and Sedentary Behaviour — Recommendations, 2020.
  3. Adult Activity: An Overview — Centers for Disease Control and Prevention.